Musica

2010: I dischi dell’anno

5° Dave Rawlings Machine – Friend of a Friend

Dave Rawlings è un musicista di professione, un turnista che ha lavorato con molti grandi nomi della musica americana tradizionale. Questo suo disco di esordio è un’opera fuori dal tempo, nel senso buono dell’espressione: gli intrecci di chitarra, violino e strumenti tradizionali creano canzoni avvolgenti e trasognate capaci di suonare originali anche nei momenti in cui maggiormente si sente il peso della tradizione musicale hillybilly e bluegrass. La voce di Dave sa essere dolcissima senza mai essere sdolcinata, al riguardo si ascolti “Ruby” l’incantevole ballad che apre l’album, in altri momenti (l’essenziale “I hear them all”) sembra quasi di ascoltare i Simon & Garfunkel migliori. Belle anche le due cover. Senza dubbio un disco che resterà nel tempo.

4° Solomon Burke & De Dijk – Hold on Tight

Il gigante nero ci ha lasciati per sempre quest’anno passato, un infarto lo ha stroncato così, all’improvviso, all’aeroporto di Amsterdam. Se possibile, ascoltare questo suo estremo lascito rende la sua dipartita ancora più dolorosa. La morte si è presa Solomon mentre il nostro era più vivo che mai, stiamo parlando di un musicista che avrebbe potuto tranquillamente vivere di rendita, sia in senso artistico che economico, con quanto fatto negli anni sessanta e settanta e che invece registra un disco con un gruppo olandese, i De Dijk, relativamente famosi solo in patria, reinterpretandone i brani con tutta la professionalità e il trasporto emotivo di chi ha appena scoperto la musica. Solomon come sempre vola altissimo tra soul, r’nb, funk accompagnato degnamente da un gruppo la cui esperienza si sente in ogni nota suonata. La forza emotiva di “My rose saved from the street” è travolgente, il ritmo di “Good for Nothing” e della title track è semplicemente irresistibile, il felino blueseggiare di “No one” ci porta altrove… Ogni canzone di questo disco meriterebbe una sua menzione; chiunque ami la musica suonata e si aspetti da un disco emozione, calore, sangue e anima se lo procuri subito.

3° Micah P. Hinson – And the Piooner Saboteur

Il primo brano, “A call to arms” è uno strumentale bucolico e sereno, nel secondo c’è Micah da solo con la chitarra che canta svagato “Take off that dress for me”, è dal terzo brano in poi che il giovane di Memphis inizia a fare sul serio scaricandoci addosso una lugubre cavalcata di amarezza e rimorso intitolata “2’s and 3’s” puntellata da archi che piombano dal cielo come grandine in estate. E sono proprio gli archi, un quartetto spagnolo per la precisione, a fare la differenza tra questo e i precedenti dischi del nostro. Se la miscela di outlaw country nello stile di Johnny Cash e noise chitarristico marca Sonic Youth a cui ci eravamo abituati era interessante e il songwriting di Micah era senza dubbio sincero e ispirato, spesso il risultato era acerbo, vitale quanto basta per far gridare molti al fenomeno ma con grosse bolle di inconsistenza alla prova dei fatti. Ora però siamo da un’altra parte. La lentissima, straziante “The cross that stole this heart away” basterebbe da sola a giustificare questa medaglia di bronzo e a darci la misura di una maturazione artistica forse ancora non del tutto compiuta ma sufficiente a creare un opera imperdibile in cui la cupa, granitica e disperata spiritualità degli USA del sud viene sì letta nel solco del country ma anche amplificata da una sensibilità colta europea. Non mancano le distorsioni estreme ma si tratta di sfumature di una ricca tavolozza timbrica che sottolineano espressionisticamente certi passaggi piuttosto che fragorose macchie di rumore in primo piano (i feedback nel ritornello della già citata “2’s and 3’s” sono semplicemente geniali!). Un album roccioso e oscuro spezzato da lampi di una luce semplicemente accecante.

2° Gorillaz – Plastic Beach

Mi ha dato da riflettere la sezione alternative degli MTV Music Awards… Anzitutto perché la sola esistenza di un premio per quella parte del mercato musicale che si vorrebbe alternativa al mainstream rappresentato da MTV stessa indica la natura totalitaria di questa. Se oltre ad imporre la “prima scelta” si impone anche l’”alternativa” cosa rimane di veramente alternativo? In secondo luogo perché tra gruppi che già di alternativo non avevano nulla svettavano i Gorillaz, ovviamente scartati a favore di un gruppetto emo con ragazza stratinta starnazzante. Ora, se c’è un disco che è orecchiabile, immediato, radiofonico, in una sola parola: pop, beh, quello è proprio Plastic Beach. Sia chiaro: stiamo parlando del miglior pop in circolazione in questi anni, una miscela di melodia british e basi hip hop, sia quando Snoop Dogg gigioneggia nel darci il benvenuto sulla “spiaggia di plastica”, sia quando Lou Reed fa la parodia di sé stesso, sia quando il grande Bobby Womack si sgola sull’inesorabile incedere elettro-funk di “Stylo”. Non parliamo poi della voce di Damon Albarn, mai così abulica e disincarnata eppure magicamente coinvolgente, si ascolti, per farsi un’idea, il capolavoro “Rhinestone Eyes”. Gorillaz è il progetto musicale più fecondo che si sia visto da tempo e diventa sempre più valido disco dopo disco, alternative o mainstream che sia, questo è pop che sa parlarci del tempo in cui viviamo.

1° Gil Scott-Heron – I’m New Here

Dura meno di mezz’ora il disco dell’anno. Quindici tracce di cui un solo brano autografo, tre cover e il resto costituito da scarne poesie autobiografiche declamate su scarne basi di synth ed effetti sonori. Per chi non lo sapesse stiamo parlando di una leggenda della musica afroamericana, cantante, poeta, inventore del rap, romanziere (lettura fondamentale: “La fabbrica dei negri” del 1972), attivista politico. Del soave cantante impegnato a salvare la gioventù nera d’America dall’autodistruzione non resta quasi più nulla, letteralmente. La caduta di Gil è stata rovinosa, un vortice fatto di cocaina, follia, violenza lo ha avviluppato inesorabilmente portandolo all’epilogo più scontato: la galera. E’ qui che un produttore inglese lo va a recuperare. La voce di Gil è diventata roca, la sua mente, un tempo lucidissima e brillante, capace di analisi socio-antropologiche non indifferenti, è un paesaggio devastato e annebbiato. Gli resta un’anima, ed è quella che Gil ci sbatte in faccia, raccontandoci della sua infanzia, delle sue paure, dei suoi errori con una prosa secca, brutale. E la musica? L’antico blues di Robert Johnson “Me and the devil” diventa un gelido hip hop industriale su cui una voce dilaniata lamenta il proprio inferno personale, il classico “I’ll take care of you” è scarno e lento, la title track (una cover del gruppo new wave minimale Suicide) semplicemente spezza il cuore. C’è il brano autografo, poi, “New York is killing me”, claustrofobica invocazione di pietà a un dio indifferente, di un’intensità a tratti difficile da sopportare.. Non possiamo che augurare a Gil Scott-Heron di mantenere un livello minimo di equilibrio che gli permetta di vivere in modo dignitoso e di regalarci altri capolavori come questo.

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Letteratura

Michel Houllebecq – La carta e il territorio

E’ uscito un po’ in sordina l’ultimo romanzo di Michel Houllebecq, il più celebre e discusso autore francese della nostra epoca e in effetti questo La Carta e il Territorio ci restituisce un autore ancora non riconciliato con se stesso e la società contemporanea ma molto meno provocatorio. Non è che il nostro rinunci ad un analisi entomologica della società contemporanea, piuttosto gli interrogativi che decide di sollevare sono meno sensazionalistici ma non per questo meno importanti.

L’inevitabile paragone è con il suo immediato predecessore, quel La Possibilità di un’Isola che ci proponeva un plausibile scenario fantascientifico non riducibile alle categorie antinomiche di utopia/distopia. Se gli obiettivi dell’umanità contemporanea sono l’immortalità del corpo e la soppressione del dolore, cosa succederebbe una volta realizzati? La risposta che ci dava La Possibilità di un’Isola era profondamente disturbante e anche lo spiraglio di luce che lasciava intravedere non aveva nulla di consolatorio.

Si può dire, in un certo senso, che Houllebecq abbia abbassato il tiro della sua spietata sensibilità letteraria e antropologica ma il tema della decadenza del corpo e dell’inconsistenza dei rapporti umani restano centrali anche ne La Carta e il Territorio.

Il protagonista è un artista, Jed, un realista quasi naif con diversi punti di contatto con Andy Wahrol ma senza il caustico opportunismo del genio della pop art. La storia della sua evoluzione creativa e del suo successo commerciale si intrecciano con quelle dello scrittore Michel Houllebecq che offre di sé l’autoritratto impietoso di un depresso bipolare con problemi di alcolismo. Il romanzo devia poi verso il poliziesco quando lo scrittore viene orribilmente assassinato. Una volta risolto il caso, assistiamo alla creazione dell’ultima grande opera d’arte di Jed, anziano e milionario, a suo modo una celebrazione della vita nella sua forma più pura. Nel corso della narrazione Jed ha anche affrontato il rapporto con suo padre e la sua decisione di ricorrere all’eutanasia dopo la diagnosi di un tumore intestinale.

Il primo problema che il francese ci sbatte letteralmente in faccia è quello dell’arte contemporanea. L’analisi che Houllebecq fa di tale ambiente è, al solito, lucidissima: un mercato fuori controllo impone opere d’arte fasulle tutte situate lungo uno spettro che va dal kitsch di Jeff Koons al grand guignol di Damien Hirst. Il ritorno alla realtà di Jed (foto di oggetti, ritratti di persone nello svolgimento del loro mestiere) viene subito accolto con favore dai collezionisti. Durante la lettura è palpabile il desiderio dell’autore di una simile rivoluzione nell’arte, il desiderio di una nuova generazione di artisti volenterosi di ritrarre la realtà del proprio tempo in modo naturalistico e, francamente, è difficile non condividerlo vista l’attuale stagnazione della produzione artistica, effettivamente dipendente da un mercato che premia provocatori ignoranti che riciclano intuizioni dada e concettualistiche vecchie di almeno quarant’anni (a un certo Cattelan fischiano le orecchie?). Tale visione, semplice ma non semplicistica, si collega direttamente al rapporto di Houllebecq con la letteratura cosiddetta di genere, mai esplicita come in quest’ultimo romanzo. La sua particolare prosa, tacciata spesso di eccessiva freddezza quando non di sciatteria, si potrebbe ritenere una filiazione più o meno indiretta dello stile piano e comprensibile del romanzo di consumo così come si è delineato dopo l’epoca d’oro del feuilleton e l’analisi della realtà deve passare attraverso gli elementi portanti dei vari generi di tale produzione letteraria. Così abbiamo la fantascienza distopica (naturalmente più verso Huxley che verso Orwell) de Le Particelle Elementari e La Possibilità di un’Isola, l’erotico di ambientazione esotica di Piattaforma al Centro del Mondo e la parentesi poliziesca di quest’ultimo libro.

Le indagini dei gendarmi francesi sul brutale assassinio dello scrittore introducono un tema tutto sommato inedito nell’immaginario houllebecqiano: l’esistenza del Male. Se già nel romanzo precedente il Male veniva letto come la condizione naturale dell’umanità (concezione antica sulla quale questo blog ritornerà), stavolta abbiamo a che fare con la sua condensazione in un singolo atto scellerato e abnorme. La passione di Michel per il romanzo di indagine nelle sue varie forme, dal mystery novel classico di Agatha Christie al legal thriller di John Grisham, era già stata esplicitata nei suoi romanzi precedenti e l’incursione nel genere de La Carta e il Territorio lascia intravedere la possibilità di futuri lavori di genere in cui il francese usi l’intreccio poliziesco per sviscerare interrogativi morali.

C’è poi il tema della morte, sia in riferimento all’eutanasia che al trattamento delle spoglie mortali che secondo il protagonista dovrebbe essere rispettoso dell’individualità di ogni essere umano in quanto tale, condannando quindi le pratiche di cremazione e spargimento delle ceneri.

La Carta e il Territorio è senz’altro il romanzo meno “indisponente” o “esplosivo” dell’autore ma guai a considerarlo un romanzo “minore”. Piuttosto si potrebbe considerarlo un’opera di transizione verso una nuova maturità artistica con meno furia iconoclasta ma sempre capace di toccare le corde più profonde dell’animo umano e, soprattutto, offrire un ritratto gelido ma realistico dell’occidente a cavallo tra i due millenni.

Infine, vorrei sottolineare una riflessione politica contenuta nel libro. Considerando l’attuale crisi economica come la fine dell’industrializzazione, con la delocalizzazione della produzione dall’occidente all’oriente, l’autore ipotizza una Francia futura la cui economia si basa sull’agricoltura di qualità e il turismo per la nuova borghesia industriale russa e cinese (e, aggiungiamo noi, brasiliana). L’idea può piacere o non piacere ma andrebbe seriamente presa in considerazione la possibilità che l’unica ricchezza che rimarrà all’Europa occidentale possa essere il suo patrimonio culturale, naturalistico e agricolo-gastronomico da vendere in pacchetti a un nuovo turismo fatto di popoli da poco aperti al capitalismo e capaci di una competitività inarrestabile. Sì, qualcuno dovrebbe seriamente pensarci.

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