Musica

Gorillaz – The fall

Per quei compatrioti da sempre ritrorsi ad ascoltarli per l’eccessiva quantità di strofe rap precisiamo da subito che questo è il primo album dei Gorillaz in cui non c’è hip hop. Le cadenze delle quindici canzoni che lo compongono sono più di tipo elettro, a tratti quasi house.

All’inizio sembra una presa in giro, soprattutto se hai già letto su internet che è stato registrato durante l’ultima tournee dei Gorillaz sfruttando le potenzialità di applicazioni iPad con nomi vintage (Funk Box Drum Machine il mio preferito); senti iniziare “Phoner to Arizona”, che continua così, con i suoi suoni da prima versione di FruityLoops e la sua ostinata pigrizia e ritrosia a muoversi verso qualcosa di minimamente complesso, e pensi di essere stato fregato. Poi la canzone prende corpo, ma è già finita e Damon Albarn canta accompagnato da una chitarra arpeggiata (o perlomeno qualcosa che ci assomiglia molto) nella seconda traccia, che ha, quasi, lo stesso titolo di un brano sperimentale dei Radiohed dall’album “Amnesiac” e ricorda una canzone immaginaria, cantata da dei Blur vecchi ma ancora creativi che cazzeggiano in una casa di riposo.

Anche “Hillybily Man” inizia con chitarra-voce e il cantante londinese esplora strade melodiche già battute ma mai affrontate nel suo passato artistico condiviso con il musicalmente diversissimo Graham Coxon. Quando poi nella stessa canzone la melodia cede il posto a un aggressivo assalto di sintetizzatori caciaroni ma gravi su cui Damon canta tutto di gola, forse il nostalgico spera in una reunion dei due per produrre del materiale inedito targato Blur, magari del livello altissimo a cui eravamo abituati ma è proprio in questo punto che si ha la possibità di seguire le direzioni inedite che il gruppo collettivo dai contorni indefiniti sfumanti nel fantastico sta tracciando per sè e per i musicisti del futuro.

Le informazioni ufficiali sul gruppo immaginario riportano che, laddove il precedente “Plastic Beach” era principalmente un’opera del bassista, satanista e pervertito, Murdoch, quest’ultimo “The Fall” è un prodotto dell’ispirazione di 2-D, il cantante lobotomizzato e tossico. Chissà se il marchio “Gorillaz” a cui sono genericamente attribuiti tutti i brani di “The Fall” non nasconda stavolta solamente l’ex cantante dei Blur, magari aiutato da qualche tecnico…

Fatto sta che esso si presenta come album minore, ma di una discografia imprescindibile per chiunque apprezzi la musica pop.

D’altronde sono passati i tempi in cui un’album intimo era una faccenda di strumenti acustici e voce, ora le tecnologie ci permettono non solo di esplorare nuovi spazi sonori ma anche di scoprire nuove dimensioni dell’umano che le ha create e la cui imperfezione vi si rispecchia volutamente: la macchina che sbaglia per imitare l’umano, in composizioni elettro-barocche in cui alla fine torna tutto, come in una filastrocca: questo in due parole il fascino di “The Fall”. Ascoltate “Aspen Forest”: scalette semplici semplici suonate su un pianoforte in mezzo a un’architettura ritmica gommosa e metronomica, musica per ascensori e aereoporti, ma con un cuore, come non se ne sentiva dai tempi di Yoshinori Sunahara…

Bobby Womack rivive i suoi anni settanta nella tredicesima traccia, “Bobby in Phoenix”, appena un po’ più psichedelico e meno r’n’b, per il resto è solo Gorillaz nel loro lato più malinconico e ossessivo, messo sul mercato a un prezzo ragionevole.

Si spera non sia l’ultimo capitolo di una tetralogia…

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Musica

Iggy Pop – The Idiot (1977)

 

Buone notizie: “The Idiot” di Iggy Pop costa cinque euro!

Ci aspetta forse una deluxe edition? Sicuramente no, le registrazioni d”The Idiot” di Iggy Pop furono guidate dalla rigida austerità produttiva di David Bowie, da molti indicato come vero autore dell’album. E’ semplicemente che il più bel disco del padrino del punk, musicalmente scritto da David Bowie, occupava spazio in qualche magazzino di ditte di distribuzione di dischi che sono fallite con la crisi economica. Ce lo dice lo stesso Iggy nella traccia di chiusura, l’allucinante “Mass Production”.

Se ci tenete ad averlo, magari solo perchè la sua copertina rappresenta un’oggetto d’arte garantito da David Bowie in persona, lo stesso che poi recensirà arte contemporanea negli annni novanta e produrrà quadri scabri e contorti di neo-espressionismo dozzinale ma bello come la copertina di 1.Outside, uno dei suoi album migliori, se ci tenete ad averlo è il momento giusto.

Searbrook, quando scrive che “The Idiot” è un esperimento di David Bowie del quale Iggy è la cavia esagera (Thomas Jerome Searbrook: Bowie – La trilogia berlinese, Arcana 2009), semplicemente Iggy ha messo la sua voce e i suoi testi al servizio di un opera di David Bowie. In cambio di quale promessa? Forse un David Bowie cocainomane e appassionato di magia nera promise che l’album durasse in eterno? Chi lo sa, comunque la profezia si avvera, non solo per i meriti artistici di un’opera bizzarra e inclassificabile, ma anche per il sigillo di morte che apporrà sull’album il poeta Ian Curtis, impiccattosi dopo un ultimo ascolto quattro anni dopo la sua uscita nei negozi.

Ci sarà un motivo se nell’ultimo tour della sua vita, David Bowie ha voluto cantare una versione tribal-chic della canzone che lo apre, “Sister Midnight”, no?

La cossidetta “new wave” non sarebbe esistita senza quest’album e forse il punk non sarebbe mai diventato post-punk.

I meriti veri, comunque sono strettamente musicali ed artistici. Non dimentichiamoci che la versione irresistibilmente pop di “China Girl” del biondissimo Bowie eterossessuale degli anni ottanta è uno dei singoli più venduti della storia del disco e uno dei testi più belli e intensi della storia della canzone. Soprattutto non dobbiamo permettere che la storia della musica popolare non ne conosca la versione migliore: anche per questo possiamo spendere quei cinque euro, magari svuotando un barattolo semivuoto di centesimi di euro dorati.

La collaborazione artistica e l’amicizia fra l’inglese Bowie e l’americano Iggy Pop non deve essere mai stata proprio una sit-com, ma sicuramente ha avuto anche degli aspetti da commedia, come si vede in qualche tenera foto d’epoca dei due in vacanza-lavoro a Berlino. Personalità apparentemente lontanissime, i due si incrociarono in un periodo che vedeva l’uno ricominciare faticosamente ad apparire in pubblico con vestiti maschili dopo un periodo di attività live serratissimo in cui David esibiva una teatralità stilizzata e tragica fatta di androginia e fantascienza di serie B e l’altro, Iggy Pop, pronto a uscire da una pericolosa impasse autodistruttiva artistica e personale esordendo con il suo primo album da solista. Così, ecco David tessere una rete armonica implacabile e bellissima intorno ad Iggy Pop che trattiene la voce nella prima parte del testo, a quanto pare improvvisato in parte, per poi esplodere in un un urlo rabbioso e disperato come un dobermann legato a una catena e tutto questo all’apparire, nel testo, di “Visions of Swastikas in my head“, le stesse che ossessioneranno i primi Joy Division, all’epoca chiamatisi Warsaw in onore al Bowie più sperimentale, che con truce ironia intitoleranno “An Ideal for Living” il loro primo EP, un breve concept sul nazismo. Se non avete mai ascoltato una canzone punk, non temete, David Bowie tiene le redini e stempera la fisicità di Iggy Pop con un uso del synth avanguardistico e al limite della dissonanza . Questa è la versione originale di “China Girl” di Iggy Pop, all’epoca uscita anche come singolo. Un singolo che non ha venduto molto, non solo in confronto alla cover del co-autore David, ma anche in assoluto.Quando poi nel 1985 uscì “Tonight” di Bowie, composto in gran parte di cover di Iggy, si era lontani anni luce dalla grazia di quel fortunatissimo 45 giri… Ma “The Idiot” era ancora lì ed è qui anche oggi e costa poco perchè il mondo conosce il prezzo di ogni cosa e il valore di nessuna, come scriveva Oscar Wilde. Cinque euro per avere il migliore Bowie e il migliore Iggy Pop in un unico CD di meno di quaranta minuti di durata complessiva! E c’è anche il libretto con i testi!

Tom Waits ha costruito una carriera imitando male l’Iggy “romantico” di “Tiny Girls”, penultima traccia di questo disco fondamentale, cupo, straziante, ridicolo e a tratti inquietantissimo.

All aboard for funtime!

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Musica

Radiohead – The king of limbs

 

I Radiohead sono molto bravi a fare due cose, nessuna delle quali riesce più agli U2 da una quindicina d’anni: fare musica alla “Radiohead”, cioè dare al proprio lavoro una sorta di marchio di fabbrica mantenendo intanto un profilo altissimo e scrivere belle canzoni. Ci sono un altro paio di cose che agli U2 non sono mai riuscite: mettere in commercio pregievoli dischi solistici (Thom Yorke e Phil Selway, ma anche il lavoro di Greenwood alla colonna sonora di There wil be Blood) e guadagnarsi il rispetto degli ascoltatori mainstream quanto degli altri ascoltatori. Certo, “The sweetest thing” del Bono più cinguettante passerà alla radio molto più spesso di “Lotus Flower” ma la prima è merda la seconda è una bella canzone.

 In questo ultimo “The king of limbs” i Radiohead non si smentiscono. Fin dal suo sbocciare (“Bloom” la prima traccia) con uno stordente impasto ritmico che si ricompone nella successiva “Morning Mr Magpie” e diventa ballabile (chiedete ai raver) in “Feral” se non siamo a quell’epifania dei primi trenta secondi dell’album “Kid A” che aprì il millennio poco ci manca. Sicuramente, “Give up the ghost” è un’ottima b-side e “The king of limbs” è un ottimo album.

 Resta il dubbio su la sesta traccia: “Codex”. Non è chiaro se ci troviamo nel territorio armonico dei Radiohead autori di grandi canzoni pop inglesi o nel limbo di terrorrizzata indeterminatezza di brani ormai classici come “How to disappear completely”, “Pyramid song”, “True love waits”, una dimensione quest’ultima, complatemente assente nel penultimo “In Rainbows”. “Codex” è manierata e disturbante, forse è un nuovo percorso della fertile cosmogonia dei nostri o forse un tentativo riuscito male di percorrere strade già percorse. Proprio per questo mette a disagio ma forse è lo stesso disagio che una generazione di decebrati cresciuti sui social network in trasfigurazioni aberranti di parti del sè prova quando entra in contatto con le proprie emozioni, una canzone dei Radiohead delle migliori, insomma.

 Forse il più monocromo degli album dei Radiohead, senza dubbio il più breve, ma anche uno dei più ricchi di idee musicali che stimolano la fantasia, non solo quella del musicista di professione; le arditezze armonico-acustiche proprie dei Radiohead più elettronici abbondano ma non appesantiscono mai l’ascolto, anzi invitano a un’esperienza sinestetica con pochi eguali al mondo e tutti nel campo della musica contemporanea più colta ed involuta.

 Già da ora uno dei dischi dell’anno, grigio.

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Cinema

John Carpenter – The Ward

Sono passati nove anni dall’ultimo lungometraggio del maestro John Carpenter e, a dispetto della lunga attesa, questo ultimo “The Ward” è uscito relativamente in sordina. Nelle poche interviste rilasciate, il regista è sembrato quasi voler prendere le distanze da quest’ultima opera, calcando la mano sul fatto che si trattasse di un film su commissione. Pare inoltre che un suo progetto più personale, dal titolo provvisorio di “Psychopath”, si sia arenato già in fase di sceneggiatura e, forse, nel suo ostentato distacco da “The Ward” si ravvisa un po’ amarezza per questo piccolo fallimento professionale.

Al di là di queste illazioni, lo stile tardo del regista è inconfondibile: un cinema fortemente cormaniano, un’idea di horror fortemente legata ai meccanismi del genere così com’era negli anni ottanta: niente splatter insistito e sadico sul modello di pellicole come “Saw” o “Hostel” ma tanta atmosfera creata con un lavoro certosino su musiche e scenografie, queste ultime estremamente evocative e claustrofobiche.

“The Ward” è ambientato quasi interamente in un ospedale psichiatrico, siamo negli anni sessanta e un fantasma infesta i corridoi. L’ultima arrivata è una bionda combattiva che non sa perché si trova lì, un personaggio che è la perfetta sintesi delle bionde degli ultimi film di Carpenter: la Sheryl Lee di “Vampires” e la Natasha Henstridge di “Fantasmi su Marte”, un ruolo ricoperto molto bene da Amber Heard. Dire qualcosa di più della trama sarebbe rischioso, qui nessuno vuole essere accusato di “spoiling”, ma basti sapere che narrativamente siamo dalle parti di “Shutter Island” di Scorsese.

Come già detto, guardando “The Ward” viene in mente Roger Corman, il regista e produttore autentica leggenda del cinema di genere a basso costo. Ancor più che nella altre opere senili di Carpenter si respira quel forte desiderio di realizzare un cinema che sia al contempo un intrattenimento “di massa” e un prodotto della visione personale del suo autore. Si veda al riguardo la scena in cui le internate ballano ascoltando musica rock ‘n’ roll alla radio, pochi minuti stranianti e commoventi come raramente se ne sono visti nei film dello stesso Carpenter e che rimarca la distanza dell’anziano cineasta dalla morbosità di certi horror mainstream contemporanei, un’autentica lezione di cinema in cui ci viene ricordato che l’horror deve fare paura e non solo provocare disagio e disgusto con l’esibizione di atrocità e per farlo si deve provare dell’affezione nel confronti dei personaggi prima che questi vengano uccisi dal mostro di turno.

Sì, c’è dell’auto indulgenza nell’anziano regista nel riprendere delle giovani attrici la maggior parte della quali sarebbero più credibili come modelle che come malate di mente ricoverate in un manicomio di cinquant’anni fa ma questa indulgenza è la stessa dell’ultimo Goya nel ritrarre la lattaia di Bordeaux, lo sguardo di un nonno verso le sue nipotine nelle quali rivede le infinite possibilità perdute di una giovinezza andata.

Per chi non lo sapesse, John Carpenter è uno dei registi americani più importanti del novecento: impossibile riassumere la portata della sua opera complessiva in poche righe, ma pochi titoli come “Halloween” (pellicola seminale e paurosissima a distanza di trent’anni che ha dettato le regole di praticamente tutto l’horror cosiddetto “body count), “Distretto 13: le brigate della morte” (l’originale non il pacchianissimo remake!) “1997: Fuga da New York”, “Essi vivono” (film che ribalta l’anticomunismo della fantascienza “d’invasione” anni cinquanta in chiave anti-reganiana), “Il signore del male”, “Il seme della follia” e tanti altri autentici capolavori, quasi tutti marcati, oltre che dallo stile registico modernissimo e nervoso, da un punto di vista politico raro nel cinema statunitense.

Proprio l’aspetto politico del cinema di Carpenter manca in quest’ultimo “The Ward”, volervi leggere una polemica anti psichiatrica mi sembra una forzatura, sebbene gli inquietanti titoli di testa sembrino andare in questa direzione. Certo, la sceneggiatura è stata scritta da terzi e infilarci l’anarchismo proletario del Carpenter più muscolare era praticamente impossibile, ma va bene così. “The Ward” è un film che va visto, un altro tassello aggiunto a una filmografia fondamentale, un altra allucinazione di un genio del passato che, sebbene abbia dichiarato di “non avere più nulla da dire” sembra avere ancora molto da farci vedere.

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