Letteratura, Musica

RIP Gil Scott-Heron (1949-2011)

E così Gil Scott-Heron se n’è andato…

E’una consolazione molto magra il fatto che abbia fatto in tempo a lasciarci un ultimo capolavoro, “I’m New Here”, Disco dell’Anno Wisehamster 2010. Sarebbe forse stato più doloroso un addio silenzioso, senza quest’ultima opera, il disperato tentativo di redenzione laica di un uomo intelligente trascinatosi negli abissi più oscuri dell’esistenza dalla propria umanissima debolezza.

Rimpiagerò per sempre di avere perso le date italiane della sua ultima tournee, la vita e le sue meschine esigenze quotidiane mi hanno trattenuto e la morte non ha voluto aspettare ancora e si è portata via Gil riscuotendo il credito che aveva con un uomo che aveva vissuto una vita pericolosa e dissennata.

Ascoltiamolo ancora quindi “I’m New Here” e riascoltiamo anche “Reflections” e “Winter in America” e tutti quei bellissimi album di soul impegnato ma etereo capace di colpire duro e scorrere liscio come un torrente cristallino. E ascoltiamo anche i durissimi brani di spoken word a partire da “The revolution will not be televised” e rileggiamo “The nigger factory” e riflettiamo sul potere della poesia intesa come appropriazione del linguaggio e arma di rivendicazione socio-politica.

Lo chiamavano “padrino del rap” ma questa definzione non gli piaceva: troppo presto il rap aveva ceduto al narcisismo e al sensazionalismo e Gil non voleva averci niente a che fare. Chissà se come soprannome avrebbe apprezzato di più “Dante del ghetto”, certo non sarebbe stato fuori luogo: tanto le terzine della “Commedia” quanto i versi liberi scanditi su tappeti di percussioni africane sono espressione di un’idea della poesia come denuncia, testimonianza della fede nella forza del verso di mutare il presente e il futuro…

Ci auguriamo che il lascito letterario di Gil Scott-Heron venga trattato come merita. Ci aspettiamo una versione integrale e critica della sua opera affidata a traduttori e studiosi competenti anzichè ai soliti imbrattacarte nostalgici dell’eversione terroristica che infestano le più ricche e potenti case editrici italiane.

Gil merita il trattamento riservato ai poeti più grandi, merita di diventare “classico” senza essere strumentalizzato e merita un posto nell’empireo della letteratura americana al pari di Claude McKay e Allen Ginsberg…

Ci mancherà…

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Letteratura, Musica

Tributo a Ian Curtis

Il 18 maggio 2011 è il trentunesimo anniversario della morte di Ian Curtis, voce dei Joy Division.

Sembra superfluo ricordare l’importanza che il gruppo riveste nella storia della musica. Se l’aggettivo “seminale” riferito alla musica rock ha un senso, attribuirlo ai Joy Division è naturale: senza il cupo impasto sonoro di chitarre sulfuree e sintetizzatori avvolto intorno a giri di basso cupissimi e ritmi di batteria marziali non ci sarebbero state molte cose, musicalmente parlando…

Ma sono i testi di Ian Curtis il vero nocciolo attorno a cui sono cresciuti questi grumi di trascendenza funeraria, queste particelle siderali capaci di assorbire luce come buchi neri ed esplodere in una luminosità accecante come quasar.

Manicomi con le porte spalancate
dove la gente paga per vedere dentro
per divertimento lo guardano cadere e contorcersi
in fondo ai suoi occhi lui dice: “Esisto ancora”

Così si apre “Atrocity Exhibition” e con essa “Closer”, l’utlimo album dei Joy Division. Ian parla di sè, delle crisi epilettiche che devastavano il suo corpo magrissimo tenuto in piedi dalle sigarette quando, durante i concerti, l’implacabile sezione ritmica post punk di Peter Hook e Stephen Morris diventava una sola cosa con il suo sistema nervoso portandolo in quell’altrove da cui le anime morte (“Dead Souls”) lo chiamavano continuamente.

Ascoltare “Closer” con la consapevolezza di cosa effettivamente abbia significato per Ian Curtis non è affatto facile. In esso non sentiamo la voce di una persona che vuole suicidarsi, bensì quella di una persona che si sente già morta e canta le visioni spaventose e meravigliose di ciò che è al di là del tempo e della materia. La sua voce è piatta e profonda, tra l’autismo e la preghiera, mentre canta:

Guardando la bobina prossima a fermarsi
brutalmente prendo coscienza
persone che cambiano senza motivo
succede continuamente
Posso andare avanti con questa sequela?
Disturbare e purgare la mia mente
tirarmi indietro dai miei compiti quando tutto è fatto e detto
so che perdo ogni volta

La canzone è “Passover”, terza traccia di “Closer”, il titolo è un riferimento alla pasqua ebraica ma il “passaggio” a cui allude non è verso la realizzazione di una promessa terrena:

Procediamo nelle vie indicate da Dio
la sicurezza è posta accanto al fuoco
santuari da questi sorrisi febbricitanti
lasciati con un segno sulla porta
E’ questo il dono che volevo dare?
Perdona e dimenta ciò che insegnano
o passa attraverso deserti e discariche ancora una volta
e guardali crollare sulla spiaggia.

Questa è la crisi che sapevo arrivare
a distruggere l’equilibrio che avevo preservato
voltarsi verso la prossima serie di vite
chiedendosi cosa verrà poi

Ciò che sconvolge del suicidio di Ian Curtis è il livello della sua premeditazione, la tensione di questi versi è quella di una personalità drammaticamente scissa tra quella di un uomo borghese qualsiasi che ha un lavoro in banca, una moglie e un figlio e quella del profeta ribelle di una generazione che ancora per poco sarà in cerca di una catarsi mediante la trasvalutazione di tutti i valori. Due facce, due percorsi entrambi troppo pesanti per un ventitreenne che si ricongiungono in un ideale estetico totalizzante che si fa percorso anacoretico e infine martirio: l’anima abbandona il corpo al pulsare metronomico della musica e infine si congiunge con l’eterno come una foglia che cade: “The Eternal”, per l’appunto:

La processione procede, le grida sono finite
lode alla gloria degli amati ora andati
parlando forte seduti intorno a tavoli
sparpagliando fiori lavati dalla pioggia
fermo al cancello ai piedi del giardino
guardandoli passare come nuvole nel cielo
provo a piangere nel calore del momento
posseduto da una furia che brucia dall’interno

Piango come un bambino ma questi anni mi hanno reso vecchio
coi bambini il mio tempo è così inutilmente speso
un fardello da portare nonstante la comunione interiore
accetto come una maledizione un accordo sfortunato.
Giocai vicino al cancello ai piedi del giardino
la mia vista si allunga fuori dalla fessura nel muro
Nessuna parola può spiegare, nessuna azione è determinante
nient’altro che guardare gli alberi e le foglie che cadono.

Credo che le parole dello stesso Ian siano il modo migliore per ricordarlo in questa triste ricorrenza. Delle tante, tragiche morti premature della storia del rock la sua è forse la più prematura ma a dispetto di ciò, il suo lascito è tra i più imprescindibili. Nel campo della poesia forse soltanto Emily Dickinson e l’ultimo Cesare Pavese si sono spinti così tanto in là nella ricerca della trascendeza al limite o al di fuori delle comode strade tracciate da una fede religiosa istituzionalizzata. Di questo gli saremo eternamente grati.

Traduzioni di Wisehamster

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