Musica

Autechre – Exai

Ecco un album che ha diviso. Le pappemolli di Pitchfork hanno fatto spallucce, altri gridano al capolavoro. La verità sta nel mezzo? No. Exai è un capolavoro.

Difficile descrivere la musica degli Autechre senza ricorrere a metafore che spieghino l’effetto che produce nell’ascoltatore. Questo effetto di solito combina la vertigine di quei sogni in cui si cade in un abisso senza fine e lo sconcerto nell’essere colpiti da centinaia di cubetti di porfido scagliati a velocità supersonica. Le due ore di Exai potrebbero essere paragonate a una passeggiata nelle architetture impossibili di Escher in cui il sopra e il sotto si confondono e un’immagine ne racchiude un’altra, giocando sull’inversione della gerarchia figura-sfondo.

E’ paradossale che la stessa innovazione tecnologica che ha reso possibile la realizzazione di un tale monumento di musica elettronica abbia anche imposto al pubblico modalità di fruizione ad esso inadeguate. La musica oggi si ascolta prevalentemente in cuffia o dalle minuscole casse dei PC. Sconsigliamo, per motivi di sicurezza, l’ascolto in automobile, a meno che il mezzo non sia a motore spento e, riguardo all’uso delle cuffie, esso può certamente aiutare a cogliere meglio alcune delle infinite sfumature di Exai ma crediamo che esso debba venire dopo almeno un paio di ascolti eseguiti con un impianto stereo.

Quella di Exai è musica spaziale che ha bisogno di un ambiente in cui espandersi in tutta la sua multidimensionalità. Solo così la generazione dei suoi poliedri sonori può esplicitarsi nella sua geniale complessità e le sue scariche di synth possono materializzarsi, quasi tangibili, dinanzi e sopra di noi.

Chi abbia un minimo di dimestichezza con la produzione di musica elettronica non può che restare strabiliato ad ascoltare le soluzioni apparentemente impossibili concepite dal duo inglese ma non è solo il dispiegarsi di effetti speciali che rende Exai il lavoro imprescindibile che è. Prima di essere realizzate, certe cose vanno pensate, intuite e questo non è virtuosismo ma talento.

Due ore di musica visionaria, un viaggio accidentato capace di suscitare autentiche reazioni fisiologiche, io stesso personalmente ho ceduto a delle risate nervose quando la stratificazione di sonorità mutanti raggiungeva apici di complessità talmente cervellotici da sembrare impenetrabili ma il mio sgomento non era tanto nel senso di opprimente sopraffazione dinanzi all’imponenza della traccia quanto nel fatto che ogni pezzo era al posto giusto, la struttura si reggeva e l’insieme risultava addirittura superiore alla somma delle singole parti.

Procuratevelo, dunque, fatelo girare sul vostro stereo e se non lo avete compratene uno per l’occasione. Gli Autechre vi conquisteranno e resterete congelati in un muto, ammirato stupore oppure griderete “Basta basta!” rotolandovi sul pavimento in preda ad una violenta crisi isterica. In entrambi i casi, la vostra idea di “musica” non sarà più la stessa.

Advertisements
Standard
Musica

Nick Cave & the Bad Seeds – Push the Sky Away

Cosa avrà combinato la tipa nuda piangente a cui Nick indica la porta sulla copertina di Push the sky Away?

Forse è la misteriosa donna che “ha una storia ma non ha un passato” che bazzica la Jubilee Street cui nell’album sono dedicate due canzoni? O forse rappresenta metaforicamente Mick Harvey, il polistrumentista con cui Nick ha condiviso praticamente tutta la sua carriera artistica e col quale ha interrotto i rapporti recentemente?

Non lo sappiamo, non lo sapremo mai anche perché i testi di quest’album sono più criptici di quelli a cui eravamo abituati. Anziché raccontare storie o farsi rapire dal furore di immagini apocalittiche, stavolta Nick è più sottile, talvolta incomprensibile (sempre in Jubilee Street a un certo punto dice I’ve got a foetus on a leash… ??!) e con parole nette dipinge quadri cupi di urbana decadenza sessuale e timide confessioni di umana debolezza.

Alla prima categoria appartiene Water’s Edge, uno dei punti più alti dell’album, stretta tra un basso rotolante e archi ossessivi, alla seconda invece l’altrettanto bella Mermaids in cui le tensioni mistiche che avevano ispirato le macabre e romantiche cristogonie di assassini e disperati degli album precedenti lasciano il posto al dolce abbandono al canto delle sirene e alla consapevolezza che la fede è un atto privato che deve essere ispirato dall’amore.

L’impressione generale è proprio quella che qui si stia parlando principalmente di amore; anche se non lo si nomina mai espressamente sembra proprio che Nick giri intorno al tema del sentimento, della passione tra uomo e donna come ponte per una conoscenza ultraterrena, un po’ come già aveva cantato in Into my Arms, stavolta però nei suoi testi c’è una maggiore consapevolezza, un’apparente titubanza ad esprimersi che è la maturità di sapere che non ci sono risposte. La dialettica tra incanto e abiezione si risolve in un album dal suono morbido e avvolgente costantemente attraversato da una tensione sottocutanea che non esplode mai.

Dal punto di vista strettamente musicale , Push the Sky Away è molto diverso da qualsiasi altro album dei Bad Seeds ed è agli antipodi del progetto Grinderman. Le canzoni sono appoggiate su tappeti di loop notturni e gli interventi di archi e sintetizzatori sono quasi sempre una risposta alla voce e al pianoforte piuttosto che un loro accompagnamento, si ascoltino con attenzione i ritornelli di We Real Cool per rendersene conto. Le chitarre sono quasi assenti tranne che nel lungo crescendo di Higgs Boson Blues il cui testo beffardo può ricordare un po’ l’ironia sbruffona dei Grinderman ma in un contesto di maggiore intensità emotiva.

Un lavoro meraviglioso, intransigente ma godibile come le migliori creazioni del nostro Nick con i Seeds ma con un’apertura a sonorità nuove che lascia intravedere nuovi orizzonti della sua collaborazione con Warren Ellis che aspetteremo con interesse. Ottimo.

Standard