Musica

David Bowie – 5 dischi fondamentali in ordine cronologico

1. – I Dig Everything The 1966 Pye Singles Un ragazzino biondo, magrissimo e già sessualmente e artisticamente curioso, registra sei canzoni che declinano l’elettrificazione aggressiva del r’n’b tipico della musica mod dell’epoca sul mood drammatico e teatrale del grande cantante Scott Walker. Usa per la prima volta lo pseudonimo David Bowie, emancipandosi dall’anonimato di essere un David Jones qualsiasi. Non è per il mero valore storico che qui si consiglia I Dig Everything The 1966 Pye Singles ma anche per la gioia dell’ascolto, sebbene il valore storico per capire l’arte del camaleonte del rock sia molto. Good Morning Girl, And I Say to Myself e I Dig Everything sono canzoni piacevolissime, penalizzate nella registrazione dalla scarsità di mezzi dei tempi ma non per questo meno godibili e il carisma esaltato di Bowie c’è già tutto.

2. – Hunky Dory Autentica gemma di pop incantato e incantevole, Hunky Dory dichiara la sua eterogeneità nella prima traccia, quella Changes che sarà forse il suo brano più famoso ma non uscirà mai come singolo. Da lì in poi la magia dell’ispirazione più o meno collettiva si rivela tra rimasugli del folk di Space Oddity, divertissment cabarettistici e anticipazioni del glam rock superomistico e fantascientifico che verrà. Gemma tra le gemme, quella Life on Mars? che usa gli accordi di My Way per dipingere vagamente, tra una citazione e l’altra, una storia triste e stralunata sorretta da un ironicamente maestoso arrangiamento di archi firmato da Mick Ronson. Quicksand e The Bewlay Brothers sono criptiche e cupe come il precedente album, The Man Who Sold the world, ma ne rigettano la pesantezza hard rock risultando ancora più inquietanti e sottilmente personali. I successivi The Rise & Fall of Ziggy Stardust & the Spider From Mars e Aladdin Sane faranno entrare, giustamente, David Bowie nella leggenda e avranno un impatto sulla società occidentale tra i più forti provocati da un artista del ventesimo secolo ma la leggerezza apparente di Hunky Dory resta il capolavoro da avere se proprio ci si volesse limitare ad avere un solo capolavoro del Duca.

3. – Low Assediato da fantasmi personali e da cause legali per divorzio e diritti d’autore, David Bowie non imbraccia una chitarra acustica e chiede compassione in malinconiche ballate. Non è mica un cantante country! Registra invece tra Berlino e Parigi un’opera avanguardista e provocatoria che non cessa di stupire anche dopo migliaia di ascolti. Non che il nostro finga che tutto vada bene: nella brevissima Breaking Glass e in Be my Wife con poche parole e tanti suoni avveniristici che rendono gelido un funk ossesivo e martellante tratteggia un’immagine di sé impietosa, un uomo al limite della demenza e già ben oltre il limite della depressione e della paranoia. Ma non è quello che canta David a fare di Low un album ardito e radicale bensì il fatto che più della metà di esso è composta da brani strumentali, per lo più suonati con sintetizzatori. Con l’aiuto di Brian Eno e Tony Visconti vengono qui poste le coordinate di tanta musica elettronica che verrà, in particolare di quella più altera. Non un’invenzione in senso stretto, visto che queste sonorità si sentivano già a quei tempi (il 1976) nelle sperimentazioni cosiddette krautrock di gruppi come Kraftwerk, Harmonia, Neu! e Cluster ma, depurate definitivamente da ogni divagazione ludica o lisergica, esse diventano qualcosa di mai sentito prima. Funebre e soave suona Warsawa che tanto influenzerà i Joy Division, si insinua piano Subterraneans, cielo di note prolungate in cui vola un sassofono timido e visionario, risplende di ottimismo e malinconia A New Career in a New Town.

4. – Black Tie White Noise L’album della rinascita artistica di Bowie dopo la sciatteria dei secondi anni ’80 e il fallimento del progetto Tin Machine, uno dei gruppi più derisi della storia della musica. Convocato Nile Rodgers che già aveva prodotto Let’s Dance, uscito nel 1983 e uno degli album più venduti di sempre, ultimo davvero valido prima della serie di debacle di cui sopra, Bowie gli fa inspessire le sezioni ritmiche in chiave dance dando all’album un suono compatto e ballabile, assimilabile alla black music modernista dei Soul II Soul, ma la materia prima su cui lavora è ambiziosa e incompromissoria. Tre brani strumentali e nove canzoni (di cui tre sono cover) in cui il Duca parla di sé, del suo recente matrimonio con la top model Iman Abdulmajid (The Wedding e The Wedding Song, rispettivamente in apertura e chiusura), del suicidio dell’amato fratellastro Terry (Jump they Say, scelta come primo singolo a discapito delle orecchiabilissime Miracle Goodnight e Don’t Let Me Down & Down) ma anche delle rivolte razziali di Los Angeles a cui assistette un anno prima, nel 1992 (la title track). Nella maggior parte dei brani squilla la tromba del jazzista free Lester Bowie, dell’Art Ensemble of Chicago, con il quale David duetta, suonando il sassofono, nello strumentale Looking for Lester che segna anche il ritorno del bizzarro e seducente pianista Mike Garson col quale Bowie non suonava più dal 1975 di Young Americans.

5. – Earthling Dopo il controverso 1.Outside dell’anno prima Bowie abbandona il concettualismo e l’ambiente dell’arte contempranea per confezionare un sunto dell’elettronica più ballata degli anni ’90. Non si può apprezzare a fondo il genio di Bowie senza riconoscergli la capacità di sublimare le impressioni fugaci della musica popolare in qualcosa di personale. Ecco perché scegliere Eartling come ultimo disco davvero fondamentale: correggendo le ingenuità della drum’n’bass, dei Prodigy, dei temi musicali dei video giochi per l’ultima volta David è davvero pop. Le tante ombre della sua vita emergeranno liricamente nei suoi quattro album successivi, rendendoli sinceri e preziosi, ma Earthling parla di noi tutti che ascoltiamo musica per amore. Da recuperare anche i remix dell’epoca, alcuni di nomi prestigiosi.

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