Cinema

RIP James Gandolfini (1961 – 2013)

Era in programma, per questo 20 giugno, un articolo sull’anniversario della registrazione della canzone Space Oddity ma purtroppo gli eventi costringono a un triste cambio di programma: si è spento, ieri, l’attore James Gandolfini.

Gandolfini muore tradito prematuramente dal suo corpo imponente diventato sempre più enorme nel corso degli anni fino a che il cuore non ha retto, facendogli abbandonare questo mondo ad appena 51 anni. Il fato ha voluto poi che morisse in Italia, la terra da cui suo nonno salpò, come tanti, alla volta dell’America in cerca di fortuna.

Chissà se i suoi antenati avrebbero immaginato l’autentica gloria che sarebbe toccata a James Gandolfini, non quella effimera delle mega celebrità del jet-set ma quella più reale, più tangibile dell’autentico affetto che migliaia di ammiratori provavano per questo uomo imponente dal sorriso timido, capace di dare vita a un personaggio indiscutibilmente negativo eppure umanissimo come Tony Soprano, rivoluzionando così il metro di misura dell’arte della recitazione.

In passato, infatti, l’attore che diventava “iconico”, legato indissolubilmente ad un solo personaggio, aveva la carriera rovinata e talvolta, come nel caso di Anthony Perkins, anche la vita, ma la possibilità di una serialità televisiva di qualità, in cui tutte le arti e i mestieri del cinema trovano modo di esprimersi con cura e creatività, ha cambiato le regole e grandi attori come Bryan Cranston, Damian Lewis o Jon Hamm oggi giorno guadagnano credito dal loro lavoro pluriennale su un singolo personaggio definendo il proprio stile di recitazione e dimostrando di sapere usare l’espressione emotiva come una tavolozza, talvolta dimostrando la capacità di variare registro in modi che la limitata durata del film cinematografico rendeva impensabile.

Gandolfini fu maestro e apripista di tutto ciò.

La sua recitazione era figlia del metodo dell’Actor Studio che ha formato Al Pacino e De Niro e il referente immediato che viene in mente al cinefilo è direttamente Marlon Brando, con il suo modo di muoversi apparentemente non curante e per questo aggressivo. Tony Soprano, infatti, invade l’inquadratura ogni volta che è ripreso e questo non è dovuto solo alla stazza di Gandolfini ma al suo modo di recitare. L’invadenza scenica di Tony, però, non è quella tipica degli attori sopracitati, infatti in tutti gli episodi de “I Soprano”, James Gandolfini non è mai istrionico, nemmeno nelle scene più violente o emotivamente significative. La forza magnetica del Tony Soprano di Gandolfini è altrove, è il suo malessere, il suo mistero, quando è in scena e non sta intimidendo o brutalizzando i comprimari, intorno a lui c’è un’impalpabile aura di apprensione come se gli altri personaggi aspettassero che la sua maschera cada rivelando il vuoto della loro esistenza animale di mafiosi. La dottoressa Melfi che lo psicanalizza cerca di far cadere la maschera ma al di sotto di essa non c’è che rabbia e paura ed è proprio nello studio dell’analista che Gandolfini dà il meglio di sé, portando la pratica del “recitare come reagire” a nuove vette di complessità.

Ora che ci ha lasciati, Gandolfini non avrà modo di donarci una grande interpretazione “cinematografica”, sono pochi infatti i film di un certo spessore in cui abbia avuto ruoli importanti, degni di menzione sono la commedia grottesca “Romance & Cigarettes” e il thriller “Il Castello” in cui giganteggia come antagonista di Robert Redford.

Dovendo ricordarlo con una singola scena, rinuncio a priori a sceglierne una sola dalla saga de “I Soprano” e opto per “L’uomo che non c’era” dei fratelli Cohen. Poco prima che il suo personaggio, “Big Dave”, venga ucciso da Ed Crane / Billy Bob Thornton, questi rende noto al suo futuro assassino di aver scoperto il magheggio con cui pensava di derubarlo come vendetta per essere andato a letto con sua moglie. “Ma che razza di uomo sei?” chiede rabbioso all’impassibile Ed Crane. Ecco, questa domanda è quella che ci pone “I Soprano”, il suo lascito più importante.

A rendere grande, importante, “artistica” quella serie non sono i manierismi con cui la HBO condiva le sue serie di punta dell’epoca: le inquadrature strane, la macchina da presa che indugia sulla scena un po’ troppo o un po’ troppo poco, gli ammiccamenti citazionistici e meta-testuali. Non è nemmeno l’impeccabile sceneggiatura capace di spaziare dall’umorismo più nero al dramma nel giro di pochi minuti senza la minima forzatura. Non si tratta neppure del suo valore come spaccato etno-sociologico della criminalità mafiosa. A rendere necessaria questa serie è il fatto che essa è perturbante perché Gandolfini ci fa empatizzare con un mostro, ci fa specchiare nelle sue insicurezze e nelle sue falsità.

James Gandolfini, questo omone così sicuro sul set e così titubante nelle interviste ci ha costretto a chiederci chi siamo.

Advertisements
Standard
Cinema

John Carpenter – The Ward

Sono passati nove anni dall’ultimo lungometraggio del maestro John Carpenter e, a dispetto della lunga attesa, questo ultimo “The Ward” è uscito relativamente in sordina. Nelle poche interviste rilasciate, il regista è sembrato quasi voler prendere le distanze da quest’ultima opera, calcando la mano sul fatto che si trattasse di un film su commissione. Pare inoltre che un suo progetto più personale, dal titolo provvisorio di “Psychopath”, si sia arenato già in fase di sceneggiatura e, forse, nel suo ostentato distacco da “The Ward” si ravvisa un po’ amarezza per questo piccolo fallimento professionale.

Al di là di queste illazioni, lo stile tardo del regista è inconfondibile: un cinema fortemente cormaniano, un’idea di horror fortemente legata ai meccanismi del genere così com’era negli anni ottanta: niente splatter insistito e sadico sul modello di pellicole come “Saw” o “Hostel” ma tanta atmosfera creata con un lavoro certosino su musiche e scenografie, queste ultime estremamente evocative e claustrofobiche.

“The Ward” è ambientato quasi interamente in un ospedale psichiatrico, siamo negli anni sessanta e un fantasma infesta i corridoi. L’ultima arrivata è una bionda combattiva che non sa perché si trova lì, un personaggio che è la perfetta sintesi delle bionde degli ultimi film di Carpenter: la Sheryl Lee di “Vampires” e la Natasha Henstridge di “Fantasmi su Marte”, un ruolo ricoperto molto bene da Amber Heard. Dire qualcosa di più della trama sarebbe rischioso, qui nessuno vuole essere accusato di “spoiling”, ma basti sapere che narrativamente siamo dalle parti di “Shutter Island” di Scorsese.

Come già detto, guardando “The Ward” viene in mente Roger Corman, il regista e produttore autentica leggenda del cinema di genere a basso costo. Ancor più che nella altre opere senili di Carpenter si respira quel forte desiderio di realizzare un cinema che sia al contempo un intrattenimento “di massa” e un prodotto della visione personale del suo autore. Si veda al riguardo la scena in cui le internate ballano ascoltando musica rock ‘n’ roll alla radio, pochi minuti stranianti e commoventi come raramente se ne sono visti nei film dello stesso Carpenter e che rimarca la distanza dell’anziano cineasta dalla morbosità di certi horror mainstream contemporanei, un’autentica lezione di cinema in cui ci viene ricordato che l’horror deve fare paura e non solo provocare disagio e disgusto con l’esibizione di atrocità e per farlo si deve provare dell’affezione nel confronti dei personaggi prima che questi vengano uccisi dal mostro di turno.

Sì, c’è dell’auto indulgenza nell’anziano regista nel riprendere delle giovani attrici la maggior parte della quali sarebbero più credibili come modelle che come malate di mente ricoverate in un manicomio di cinquant’anni fa ma questa indulgenza è la stessa dell’ultimo Goya nel ritrarre la lattaia di Bordeaux, lo sguardo di un nonno verso le sue nipotine nelle quali rivede le infinite possibilità perdute di una giovinezza andata.

Per chi non lo sapesse, John Carpenter è uno dei registi americani più importanti del novecento: impossibile riassumere la portata della sua opera complessiva in poche righe, ma pochi titoli come “Halloween” (pellicola seminale e paurosissima a distanza di trent’anni che ha dettato le regole di praticamente tutto l’horror cosiddetto “body count), “Distretto 13: le brigate della morte” (l’originale non il pacchianissimo remake!) “1997: Fuga da New York”, “Essi vivono” (film che ribalta l’anticomunismo della fantascienza “d’invasione” anni cinquanta in chiave anti-reganiana), “Il signore del male”, “Il seme della follia” e tanti altri autentici capolavori, quasi tutti marcati, oltre che dallo stile registico modernissimo e nervoso, da un punto di vista politico raro nel cinema statunitense.

Proprio l’aspetto politico del cinema di Carpenter manca in quest’ultimo “The Ward”, volervi leggere una polemica anti psichiatrica mi sembra una forzatura, sebbene gli inquietanti titoli di testa sembrino andare in questa direzione. Certo, la sceneggiatura è stata scritta da terzi e infilarci l’anarchismo proletario del Carpenter più muscolare era praticamente impossibile, ma va bene così. “The Ward” è un film che va visto, un altro tassello aggiunto a una filmografia fondamentale, un altra allucinazione di un genio del passato che, sebbene abbia dichiarato di “non avere più nulla da dire” sembra avere ancora molto da farci vedere.

Standard