Letteratura

Ludwig Wittgenstein – Conversazioni e Ricordi

La ristampa, da parte di Neri Pozza Editore, di questo Conversazioni e Ricordi è uno di quegli eventi editoriali troppo scarsamente celebrati in questo 2013 in cui la filosofia è ancella della politica o svago festivaliero.

Difficile poi conciliare l’esigua e densissima disamina wittgensteiniana del linguaggio e della conoscenza con la superficialità di certa filosfia odierna che pretende il ritorno a una realtà che si fa ogni giorno più vaga e frammentata.

Di Wittgenstein rimarrà il Tractatus Logico-Philosophicus (Einaudi), un agile libretto di meno di cento pagine in cui l’autore si propone di risolvere tutti i problemi della filosofia (tutti i problemi, in un certo senso) riducendoli a problemi di linguaggio. Con una struttura simile a quella di un powerpoint fatto male, il Tractatus consta di sette proposizioni da “1. Il mondo è tutto ciò che accade” a “7. Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere” ciascuna specificata e/o determinata da una serie di paragrafi di lunghezza variabile ad eccezione dell’ultima. Rimarranno anche le Ricerche Filosifiche (Einaudi), secondo David Foster Wallace il più bell’antidoto al nichilismo che sia mai stato scritto, in cui Wittgenstein ritratta pressochè tutto ciò che aveva affermato nel Tractatus ma sempre riducendo l’intera esistenza a un problema di linguaggio di cui però scopre ora la dimensione comunicativa oltre che referenziale. Le cosiddette “opere minori” sono in realtà piene di spunti ed epifanie, in particolare la Nota sul Ramo d’Oro di Franzen (Adelphi).

Conversazioni e Ricordi è un libro che può essere letto e apprezzato anche da chi non ha familiarità con le opere di Wittgenstein o con la filosofia in generale, e anzi stimola a scoprire le opere citate da Ludwig per via della tranciante sicurezza con cui le giudica.

Attraverso le testimonianze e i ricordi di persone che hanno avuto modo di frequentare il filosofo viennese emerge il ritratto di un uomo problematico e irrisolto ma mai sopra le righe e sempre prodigo di emozionata umanità. La sua biografia, intersecantesi con le tragiche vicissitudine dell’Europa di inizio 900, è tanto densa di avvenimenti e complessità da essere difficile da immaginare e in questo libro se ne intravedono soltanto scheggie rispetto a quanto invece vengano illuminate certe parti del suo pensiero.

Chi non sia mai stato a Vienna, leggendo questo libro, avrà modo di conoscere il Wittgenstein architetto e arredatore di interni la cui opera si può ancora ammirare in Kundmanngasse 19. Da certe sue affermazioni, poi, si ha la netta impressione che un certo pragmatismo filosofico americano abbia frainteso le intenzioni profonde del suo pensiero..

Poche altre cose pubblicate quest’anno meritano davvero di essere lette tanto quanto questa.

Advertisements
Standard
Letteratura, Musica

RIP Gil Scott-Heron (1949-2011)

E così Gil Scott-Heron se n’è andato…

E’una consolazione molto magra il fatto che abbia fatto in tempo a lasciarci un ultimo capolavoro, “I’m New Here”, Disco dell’Anno Wisehamster 2010. Sarebbe forse stato più doloroso un addio silenzioso, senza quest’ultima opera, il disperato tentativo di redenzione laica di un uomo intelligente trascinatosi negli abissi più oscuri dell’esistenza dalla propria umanissima debolezza.

Rimpiagerò per sempre di avere perso le date italiane della sua ultima tournee, la vita e le sue meschine esigenze quotidiane mi hanno trattenuto e la morte non ha voluto aspettare ancora e si è portata via Gil riscuotendo il credito che aveva con un uomo che aveva vissuto una vita pericolosa e dissennata.

Ascoltiamolo ancora quindi “I’m New Here” e riascoltiamo anche “Reflections” e “Winter in America” e tutti quei bellissimi album di soul impegnato ma etereo capace di colpire duro e scorrere liscio come un torrente cristallino. E ascoltiamo anche i durissimi brani di spoken word a partire da “The revolution will not be televised” e rileggiamo “The nigger factory” e riflettiamo sul potere della poesia intesa come appropriazione del linguaggio e arma di rivendicazione socio-politica.

Lo chiamavano “padrino del rap” ma questa definzione non gli piaceva: troppo presto il rap aveva ceduto al narcisismo e al sensazionalismo e Gil non voleva averci niente a che fare. Chissà se come soprannome avrebbe apprezzato di più “Dante del ghetto”, certo non sarebbe stato fuori luogo: tanto le terzine della “Commedia” quanto i versi liberi scanditi su tappeti di percussioni africane sono espressione di un’idea della poesia come denuncia, testimonianza della fede nella forza del verso di mutare il presente e il futuro…

Ci auguriamo che il lascito letterario di Gil Scott-Heron venga trattato come merita. Ci aspettiamo una versione integrale e critica della sua opera affidata a traduttori e studiosi competenti anzichè ai soliti imbrattacarte nostalgici dell’eversione terroristica che infestano le più ricche e potenti case editrici italiane.

Gil merita il trattamento riservato ai poeti più grandi, merita di diventare “classico” senza essere strumentalizzato e merita un posto nell’empireo della letteratura americana al pari di Claude McKay e Allen Ginsberg…

Ci mancherà…

Standard
Letteratura, Musica

Tributo a Ian Curtis

Il 18 maggio 2011 è il trentunesimo anniversario della morte di Ian Curtis, voce dei Joy Division.

Sembra superfluo ricordare l’importanza che il gruppo riveste nella storia della musica. Se l’aggettivo “seminale” riferito alla musica rock ha un senso, attribuirlo ai Joy Division è naturale: senza il cupo impasto sonoro di chitarre sulfuree e sintetizzatori avvolto intorno a giri di basso cupissimi e ritmi di batteria marziali non ci sarebbero state molte cose, musicalmente parlando…

Ma sono i testi di Ian Curtis il vero nocciolo attorno a cui sono cresciuti questi grumi di trascendenza funeraria, queste particelle siderali capaci di assorbire luce come buchi neri ed esplodere in una luminosità accecante come quasar.

Manicomi con le porte spalancate
dove la gente paga per vedere dentro
per divertimento lo guardano cadere e contorcersi
in fondo ai suoi occhi lui dice: “Esisto ancora”

Così si apre “Atrocity Exhibition” e con essa “Closer”, l’utlimo album dei Joy Division. Ian parla di sè, delle crisi epilettiche che devastavano il suo corpo magrissimo tenuto in piedi dalle sigarette quando, durante i concerti, l’implacabile sezione ritmica post punk di Peter Hook e Stephen Morris diventava una sola cosa con il suo sistema nervoso portandolo in quell’altrove da cui le anime morte (“Dead Souls”) lo chiamavano continuamente.

Ascoltare “Closer” con la consapevolezza di cosa effettivamente abbia significato per Ian Curtis non è affatto facile. In esso non sentiamo la voce di una persona che vuole suicidarsi, bensì quella di una persona che si sente già morta e canta le visioni spaventose e meravigliose di ciò che è al di là del tempo e della materia. La sua voce è piatta e profonda, tra l’autismo e la preghiera, mentre canta:

Guardando la bobina prossima a fermarsi
brutalmente prendo coscienza
persone che cambiano senza motivo
succede continuamente
Posso andare avanti con questa sequela?
Disturbare e purgare la mia mente
tirarmi indietro dai miei compiti quando tutto è fatto e detto
so che perdo ogni volta

La canzone è “Passover”, terza traccia di “Closer”, il titolo è un riferimento alla pasqua ebraica ma il “passaggio” a cui allude non è verso la realizzazione di una promessa terrena:

Procediamo nelle vie indicate da Dio
la sicurezza è posta accanto al fuoco
santuari da questi sorrisi febbricitanti
lasciati con un segno sulla porta
E’ questo il dono che volevo dare?
Perdona e dimenta ciò che insegnano
o passa attraverso deserti e discariche ancora una volta
e guardali crollare sulla spiaggia.

Questa è la crisi che sapevo arrivare
a distruggere l’equilibrio che avevo preservato
voltarsi verso la prossima serie di vite
chiedendosi cosa verrà poi

Ciò che sconvolge del suicidio di Ian Curtis è il livello della sua premeditazione, la tensione di questi versi è quella di una personalità drammaticamente scissa tra quella di un uomo borghese qualsiasi che ha un lavoro in banca, una moglie e un figlio e quella del profeta ribelle di una generazione che ancora per poco sarà in cerca di una catarsi mediante la trasvalutazione di tutti i valori. Due facce, due percorsi entrambi troppo pesanti per un ventitreenne che si ricongiungono in un ideale estetico totalizzante che si fa percorso anacoretico e infine martirio: l’anima abbandona il corpo al pulsare metronomico della musica e infine si congiunge con l’eterno come una foglia che cade: “The Eternal”, per l’appunto:

La processione procede, le grida sono finite
lode alla gloria degli amati ora andati
parlando forte seduti intorno a tavoli
sparpagliando fiori lavati dalla pioggia
fermo al cancello ai piedi del giardino
guardandoli passare come nuvole nel cielo
provo a piangere nel calore del momento
posseduto da una furia che brucia dall’interno

Piango come un bambino ma questi anni mi hanno reso vecchio
coi bambini il mio tempo è così inutilmente speso
un fardello da portare nonstante la comunione interiore
accetto come una maledizione un accordo sfortunato.
Giocai vicino al cancello ai piedi del giardino
la mia vista si allunga fuori dalla fessura nel muro
Nessuna parola può spiegare, nessuna azione è determinante
nient’altro che guardare gli alberi e le foglie che cadono.

Credo che le parole dello stesso Ian siano il modo migliore per ricordarlo in questa triste ricorrenza. Delle tante, tragiche morti premature della storia del rock la sua è forse la più prematura ma a dispetto di ciò, il suo lascito è tra i più imprescindibili. Nel campo della poesia forse soltanto Emily Dickinson e l’ultimo Cesare Pavese si sono spinti così tanto in là nella ricerca della trascendeza al limite o al di fuori delle comode strade tracciate da una fede religiosa istituzionalizzata. Di questo gli saremo eternamente grati.

Traduzioni di Wisehamster

Standard
Letteratura

Michel Houllebecq – La carta e il territorio

E’ uscito un po’ in sordina l’ultimo romanzo di Michel Houllebecq, il più celebre e discusso autore francese della nostra epoca e in effetti questo La Carta e il Territorio ci restituisce un autore ancora non riconciliato con se stesso e la società contemporanea ma molto meno provocatorio. Non è che il nostro rinunci ad un analisi entomologica della società contemporanea, piuttosto gli interrogativi che decide di sollevare sono meno sensazionalistici ma non per questo meno importanti.

L’inevitabile paragone è con il suo immediato predecessore, quel La Possibilità di un’Isola che ci proponeva un plausibile scenario fantascientifico non riducibile alle categorie antinomiche di utopia/distopia. Se gli obiettivi dell’umanità contemporanea sono l’immortalità del corpo e la soppressione del dolore, cosa succederebbe una volta realizzati? La risposta che ci dava La Possibilità di un’Isola era profondamente disturbante e anche lo spiraglio di luce che lasciava intravedere non aveva nulla di consolatorio.

Si può dire, in un certo senso, che Houllebecq abbia abbassato il tiro della sua spietata sensibilità letteraria e antropologica ma il tema della decadenza del corpo e dell’inconsistenza dei rapporti umani restano centrali anche ne La Carta e il Territorio.

Il protagonista è un artista, Jed, un realista quasi naif con diversi punti di contatto con Andy Wahrol ma senza il caustico opportunismo del genio della pop art. La storia della sua evoluzione creativa e del suo successo commerciale si intrecciano con quelle dello scrittore Michel Houllebecq che offre di sé l’autoritratto impietoso di un depresso bipolare con problemi di alcolismo. Il romanzo devia poi verso il poliziesco quando lo scrittore viene orribilmente assassinato. Una volta risolto il caso, assistiamo alla creazione dell’ultima grande opera d’arte di Jed, anziano e milionario, a suo modo una celebrazione della vita nella sua forma più pura. Nel corso della narrazione Jed ha anche affrontato il rapporto con suo padre e la sua decisione di ricorrere all’eutanasia dopo la diagnosi di un tumore intestinale.

Il primo problema che il francese ci sbatte letteralmente in faccia è quello dell’arte contemporanea. L’analisi che Houllebecq fa di tale ambiente è, al solito, lucidissima: un mercato fuori controllo impone opere d’arte fasulle tutte situate lungo uno spettro che va dal kitsch di Jeff Koons al grand guignol di Damien Hirst. Il ritorno alla realtà di Jed (foto di oggetti, ritratti di persone nello svolgimento del loro mestiere) viene subito accolto con favore dai collezionisti. Durante la lettura è palpabile il desiderio dell’autore di una simile rivoluzione nell’arte, il desiderio di una nuova generazione di artisti volenterosi di ritrarre la realtà del proprio tempo in modo naturalistico e, francamente, è difficile non condividerlo vista l’attuale stagnazione della produzione artistica, effettivamente dipendente da un mercato che premia provocatori ignoranti che riciclano intuizioni dada e concettualistiche vecchie di almeno quarant’anni (a un certo Cattelan fischiano le orecchie?). Tale visione, semplice ma non semplicistica, si collega direttamente al rapporto di Houllebecq con la letteratura cosiddetta di genere, mai esplicita come in quest’ultimo romanzo. La sua particolare prosa, tacciata spesso di eccessiva freddezza quando non di sciatteria, si potrebbe ritenere una filiazione più o meno indiretta dello stile piano e comprensibile del romanzo di consumo così come si è delineato dopo l’epoca d’oro del feuilleton e l’analisi della realtà deve passare attraverso gli elementi portanti dei vari generi di tale produzione letteraria. Così abbiamo la fantascienza distopica (naturalmente più verso Huxley che verso Orwell) de Le Particelle Elementari e La Possibilità di un’Isola, l’erotico di ambientazione esotica di Piattaforma al Centro del Mondo e la parentesi poliziesca di quest’ultimo libro.

Le indagini dei gendarmi francesi sul brutale assassinio dello scrittore introducono un tema tutto sommato inedito nell’immaginario houllebecqiano: l’esistenza del Male. Se già nel romanzo precedente il Male veniva letto come la condizione naturale dell’umanità (concezione antica sulla quale questo blog ritornerà), stavolta abbiamo a che fare con la sua condensazione in un singolo atto scellerato e abnorme. La passione di Michel per il romanzo di indagine nelle sue varie forme, dal mystery novel classico di Agatha Christie al legal thriller di John Grisham, era già stata esplicitata nei suoi romanzi precedenti e l’incursione nel genere de La Carta e il Territorio lascia intravedere la possibilità di futuri lavori di genere in cui il francese usi l’intreccio poliziesco per sviscerare interrogativi morali.

C’è poi il tema della morte, sia in riferimento all’eutanasia che al trattamento delle spoglie mortali che secondo il protagonista dovrebbe essere rispettoso dell’individualità di ogni essere umano in quanto tale, condannando quindi le pratiche di cremazione e spargimento delle ceneri.

La Carta e il Territorio è senz’altro il romanzo meno “indisponente” o “esplosivo” dell’autore ma guai a considerarlo un romanzo “minore”. Piuttosto si potrebbe considerarlo un’opera di transizione verso una nuova maturità artistica con meno furia iconoclasta ma sempre capace di toccare le corde più profonde dell’animo umano e, soprattutto, offrire un ritratto gelido ma realistico dell’occidente a cavallo tra i due millenni.

Infine, vorrei sottolineare una riflessione politica contenuta nel libro. Considerando l’attuale crisi economica come la fine dell’industrializzazione, con la delocalizzazione della produzione dall’occidente all’oriente, l’autore ipotizza una Francia futura la cui economia si basa sull’agricoltura di qualità e il turismo per la nuova borghesia industriale russa e cinese (e, aggiungiamo noi, brasiliana). L’idea può piacere o non piacere ma andrebbe seriamente presa in considerazione la possibilità che l’unica ricchezza che rimarrà all’Europa occidentale possa essere il suo patrimonio culturale, naturalistico e agricolo-gastronomico da vendere in pacchetti a un nuovo turismo fatto di popoli da poco aperti al capitalismo e capaci di una competitività inarrestabile. Sì, qualcuno dovrebbe seriamente pensarci.

Standard