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2013 – I dischi dell’anno

5° Nine Inch Nails – Hesitation Marks

Fondamentale l’edizione deluxe, ché contiene un secondo disco con un remix firmato dal sempre geniale Oneothrix Point Never, Hesitation Marks contiene tutta l’ispirazione che Trent Reznor sembrava essersi tenuto per sé negli ultimi progetti. Rispetto al passato ci sono meno urla e meno stridore ma la cura maniacale per le infinite sfumature che stanno tra il suono e il rumore è la stessa di sempre, così come la vena poetica intimista e disturbata di Trent mentre più bassi e più ritmo sanno rendere avvolgenti e a tratti persino ballabili queste quattrordici tracce. Adrian Belew figura tra i collaboratori.

 4° Clark – Feast / Beast

 Il remix di Spur dei Barker and Baumecker e le sterminate praterie post-industriali illuminate da rossi tramonti che spalanca dinanzi all’ascoltatore valgono da soli le quasi due ore e mezza di Clark che remixa altri (tra cui Amon Tobin, Nils Frahm, Massive Attack, Depeche Mode, Maximo Park, Nathan Fake) e occasionalmente viene da altri remixato (nella fattispecie da Bibio e Nathan Fake). In un paio di tracce si remixa da se stesso. Il miglior disco di musica elettronica dell’anno, il 26 Mixes for Cash degli anni dieci.

 3° Luke Haines – Rock and Roll Animals

 Il rock è morto da un bel po’, qualcuno lo dica a Dave Grohl. Intanto, la storia di questo genere musicale e della mancata rivoluzione culturale che ha innescato sono assurti ad una dimensione epica capitalizzata in maniera sempre più spudorata dalla morente industria discografica di massa. Luke Haines ci restituisce il lato dolente di quell’epica, e lo fa mostrandoci la costruzione e la caduta di una fantasia su un tasso, un gatto e una volpe (Nick Lowe, Gene Vincent e Jimmy Pursey) che, nel già difficile mondo degli animali (nature is an evil mother ripete Luke Haines), sono i più rabbiosi, i più sognatori, i più rock and roll. La musica è suonata quasi interamente da Luke Haines stesso ed è un folk minimale colorato da occasionali tocchi di organo hammond, chitarra elettrica e flauto alto che conferisce alle canzoni un senso di malinconia ancestrale che ricorda certa musica celtica.

 2° Kanye West – Yeezus

 Curioso che Kanye West faccia venire in mente Marilyn Manson. Da dove vengono i tamburi marziali e la rabbia classista di Black Skinhead la “theme song” di Yezuus se non dalla vecchia Beatiful People dell’album Antichrist Superstar, proprio dell’ultimo Mailryn Manson musicalmente interessante? E’ curioso che il genietto del rap-pop afroamericano faccia pensare a un’artista solito a pitturarsi la faccia di bianco, proprio quando esce con un album in cui si impegna al massimo per sembrare il più grezzo, il più sporco, il più negro possibile… Ma Kanye è megalomane, si sa, e non si sarebbe mai accontentato di un ruolo da comprimario come quello dell’Anticristo e dunque eccolo, nella traccia 3 di un compact disc praticamente senza packaging, proclamare I Am a God e giocare un po’ con la paranoia della destra religiosa americana (quella di vigilantcitizen e cose simili)… Non ancora il suo capolavoro, ma ad oggi il suo lavoro migliore, Yeezus sembra caotico e ostile come l’Alec Empire degli anni ’90 ma è in realtà lirico e raffinatissimo nonché sbruffone al punto di campionare Strange Fruit cantata da Nina Simone.

 1° David Bowie – The Next Day

 Fa arrabbiare che, proprio sotto Natale, sia uscita un edizione ancora più deluxe dell’ultimo album di David Bowie. E’ esattamente quel genere di monetarizzazione predatoria della musica capace di gettare ombre sull’opera di un’artista. Va bé, The Next Day è stato l’evento musicale dell’anno e ci ha ricordato che è ancora possibile comporre canzoni ispirate.

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David Lynch e la televisione italiana

Con La guerra dei vent’anni – Il processo Ruby la televisione italiana ha raggiunto un punto di non ritorno che gli storici non comprenderanno; gli storici di domani non si interessano, oggi, di televisione ma di politica, di partiti, di nomi e di date ma soprattutto di internet.
Una questione che degli storici interessati al corso degli umani eventi nel suo dipanarsi lento dovrebbero approfondire sarebbe come Fininvest (la Mediaset d’un tempo) ottenne i diritti di programmazione per Twin Peaks, la serie “di” David Lynch che all’epoca fece innamorare anche i critici più popperiani nel loro rifiuto della televisione, quelli che rifiutavano proprio l’evidenza che essa esistesse indipendentemente dalla già putrefatta carcassa del sogno artistico chiamato “cinema” e fosse dotata di un linguaggio autonomo capace di veicolare significati. Paradossalmente, ma neanche tanto, Twin Peaks si fece apprezzare proprio perché non veicolava alcun significato, proprio come tutte le creazioni audiovisive di Lynch.
Pensando poi a come l’acquisto di serie TV americane sarebbe stato occasione di guadagni illeciti per il gruppo televisivo italiano, a detta di alcuni magistrati che stanno giudicando il caso, si aggiungerebbe un altro piccolo tassello di oscurità criminale alla fiction in sé, una cupa storia di omicidio incestuoso che si risolve a metà della seconda stagione per lasciare il campo alla sfida mortale tra Cooper, agente del FBI dalle tendenze new age, e un suo folle arcinemico. Proprio alla seconda stagione si interruppe Twin Peaks, e con un finale cupissimo e visionario che in qualche modo riscattò la mediocrità degli ultimi episodi che, senza più il mistero della morte di Laura Palmer da risolvere, giravano a vuoto nell’incapacità di mantenere un registro coerente capace di dare continuità alle vicende bislacche di personaggi privi di spessore drammatico e caratterizzazione.
Come mai Fininvest decise di trasmettere un prodotto così controverso? Era così grande il prestigio effimero di cui Lynch godette presso l’industria dell’intrattenimento da fare di Twin Peaks un titolo da comprare a scatola chiusa? Oppure era stato il banale successo di audience negli USA a renderlo un irrinunciabile? E come mai l’attrice Diane Keaton, già musa e compagna di Woody Allen, diresse uno dei pasticciatissimi episodi della seconda stagione? Sono tante le domande che la storia artistica e le opere di David Lynch pongono e le più restano senza risposta.
Sbaglia chi vede in questa serie più di una bizzarria fuori dal tempo e al di là del bene e del male. A rivoluzionare il linguaggio e la modalità di fruizione del telefilm sarà qualche anno dopo The X-Files, anche essa serie trasmessa in Italia su quelle reti, su quei canali; quello che è interessante è il rapporto tra il Lynch più misogino e tanatofilo e l’Italia. Negli anni ottanta infatti il nostro De Laurentis produce il disturbante Velluto Blu, il secondo miglior film di David Lynch (il primo è The Elephant Man). Già egli aveva investito su Lynch e purtroppo il kolossal Dune si rivelò un fallimento completo: per quanto oggi quel film goda di un certo culto, all’epoca fu deriso e ignorato. Velluto Blu, comunque, è molto più italiano di Dune, anche perché in esso recita Isabella Rossellini, figlia di Roberto Rossellini.
Oggi, basandosi su una criptica allusione contenuta in un episodio, si parla di una terza serie di Twin Peaks e l’attesa e la curiosità sono tante, la certezza è una sola: con la RAI che realizza fiction con protagonisti preti e suore e La7 che spende tutto per le superstar dell’informazione anti-sistema, se mai questo terzo capitolo vedrà la luce, in Italia qualcuno lo vedrà su Mediaset.

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