Uncategorized

David Lynch e la televisione italiana

Con La guerra dei vent’anni – Il processo Ruby la televisione italiana ha raggiunto un punto di non ritorno che gli storici non comprenderanno; gli storici di domani non si interessano, oggi, di televisione ma di politica, di partiti, di nomi e di date ma soprattutto di internet.
Una questione che degli storici interessati al corso degli umani eventi nel suo dipanarsi lento dovrebbero approfondire sarebbe come Fininvest (la Mediaset d’un tempo) ottenne i diritti di programmazione per Twin Peaks, la serie “di” David Lynch che all’epoca fece innamorare anche i critici più popperiani nel loro rifiuto della televisione, quelli che rifiutavano proprio l’evidenza che essa esistesse indipendentemente dalla già putrefatta carcassa del sogno artistico chiamato “cinema” e fosse dotata di un linguaggio autonomo capace di veicolare significati. Paradossalmente, ma neanche tanto, Twin Peaks si fece apprezzare proprio perché non veicolava alcun significato, proprio come tutte le creazioni audiovisive di Lynch.
Pensando poi a come l’acquisto di serie TV americane sarebbe stato occasione di guadagni illeciti per il gruppo televisivo italiano, a detta di alcuni magistrati che stanno giudicando il caso, si aggiungerebbe un altro piccolo tassello di oscurità criminale alla fiction in sé, una cupa storia di omicidio incestuoso che si risolve a metà della seconda stagione per lasciare il campo alla sfida mortale tra Cooper, agente del FBI dalle tendenze new age, e un suo folle arcinemico. Proprio alla seconda stagione si interruppe Twin Peaks, e con un finale cupissimo e visionario che in qualche modo riscattò la mediocrità degli ultimi episodi che, senza più il mistero della morte di Laura Palmer da risolvere, giravano a vuoto nell’incapacità di mantenere un registro coerente capace di dare continuità alle vicende bislacche di personaggi privi di spessore drammatico e caratterizzazione.
Come mai Fininvest decise di trasmettere un prodotto così controverso? Era così grande il prestigio effimero di cui Lynch godette presso l’industria dell’intrattenimento da fare di Twin Peaks un titolo da comprare a scatola chiusa? Oppure era stato il banale successo di audience negli USA a renderlo un irrinunciabile? E come mai l’attrice Diane Keaton, già musa e compagna di Woody Allen, diresse uno dei pasticciatissimi episodi della seconda stagione? Sono tante le domande che la storia artistica e le opere di David Lynch pongono e le più restano senza risposta.
Sbaglia chi vede in questa serie più di una bizzarria fuori dal tempo e al di là del bene e del male. A rivoluzionare il linguaggio e la modalità di fruizione del telefilm sarà qualche anno dopo The X-Files, anche essa serie trasmessa in Italia su quelle reti, su quei canali; quello che è interessante è il rapporto tra il Lynch più misogino e tanatofilo e l’Italia. Negli anni ottanta infatti il nostro De Laurentis produce il disturbante Velluto Blu, il secondo miglior film di David Lynch (il primo è The Elephant Man). Già egli aveva investito su Lynch e purtroppo il kolossal Dune si rivelò un fallimento completo: per quanto oggi quel film goda di un certo culto, all’epoca fu deriso e ignorato. Velluto Blu, comunque, è molto più italiano di Dune, anche perché in esso recita Isabella Rossellini, figlia di Roberto Rossellini.
Oggi, basandosi su una criptica allusione contenuta in un episodio, si parla di una terza serie di Twin Peaks e l’attesa e la curiosità sono tante, la certezza è una sola: con la RAI che realizza fiction con protagonisti preti e suore e La7 che spende tutto per le superstar dell’informazione anti-sistema, se mai questo terzo capitolo vedrà la luce, in Italia qualcuno lo vedrà su Mediaset.

Advertisements
Standard