Musica

Riascoltando: The Garbage – Version 2.0

Erano anni di nu-metal dozzinale in cui una tipa bruttina tedesca poteva strillare come se non ci fosse un domani e ritagliarsi comunque un milioncino abbondante di ascolti e visioni durante gli ultimi anni della televisione intesa come elettrodomestico. Erano gli anni in cui Nina Persson dei Cardigans interpretava il videocilp dell’omicidio multiplo barra suicidio più sexy di sempre e Natalie Imbruglia girava vestita come una barbona e lasciava sfumare le sue canzoni su basi hip hop.

E poi c’era Shirley Manson dei Garbage. Il mio cuore era diviso tra lei, così audace, sfacciata e a tratti semplicemente volgare e la Natalie di cui sopra. Erano anni difficili e se volevi riguardare il video di “I Thik I’m Paranoid” per più volte di seguito dovevi munirti di un videoregistrare e un’ingombrantissima VHS e aspettare fino a tarda notte perché eri sicuro che di notte passava (ora basta cliccare qui). Passava abbastanza spesso invece il videoclip di “Push it”. Trattasi di una cosa complicata sul genere del David Lynch di “Eraserhead” ma molto più esplicitamente perversa e con una Shirley Manson bellissima e glaciale sposata con un uomo con una lampadina al posto della testa e inspiegabilmente si conclude con la parola “fine” in italiano. C’è molto altro comunque, cose che farebbero venire gli incubi al detective . Andate a guardarvelo e tornate qui.

Comprai dunque il CD che poi persi e ricomprai e da allora riascolto di tanto in tanto sapendolo a memoria. La critica lo considera il picco artistico raggiunto dal gruppo a cui seguirà un inesorabile declino. Sono abbastanza d’accordo ma credo che molti critici si inacidiscano al pensiero di quanto questo album fosse radicalmente inclassificabile e proprio per questo abbia dato il via a una serie di fenomeni che arrivano fino a Myley Cyrus nuda sulla sfera da demolizione. Perché Shirley Manson era qualcosa di diverso dal resto delle donne che si vedevano nei videoclip dell’epoca, per molte ragioni, ad esempio il fatto che era davvero molto pallida. Non aveva il pathos di Tori Amos o Pj Harvey, il suo personaggio era più quello di una Cindy Lauper autodistruttiva che balla in minigonna sulla tomba di Kurt Cobain e sulla tomba di un certo purismo rock che rifiutava l’elettronica.

Difficilmente classificabile, per l’epoca, dicevamo. Rock ed elettronica erano ambiti strettamente separati, c’era giusto qualche chitarrista improvvisatosi psichedelico che ascoltava Aphex Twin e gruppetti come i The Beta Band e gli Arab Strap che si avventuravano nella commistione di umano e sintetico al di fuori del giro hyper-mainstream. E gli Atari Teenage Riot, sì, ma quella è un altra storia.

Version 2.0 è molto più “elettronico” del suo predecessore, il già bellissimo album che porta il nome della band ma le schitarrate distorte non mancano. Il suond generale è molto pulito e mette in risalto il calore e le asprezze della voce della Manson.

In un modo o nell’altro ne vennero estratti diversi singoli e qui sembra davvero di parlare di un passato remoto e non capirò mai perché non uscì come singolo “Medication” una tenera ballad di raro incanto e carica di sottile risentimento.

L’esperimento “The Garbage” riuscì dunque al secondo tentativo e fu un successo che garantì al gruppo una fanbase disposta a seguirli negli anni, soprattutto a seguire la bellissima front-woman.

Riascoltato oggi è ancora elaborato e orecchiabile,capace di alternare aggressioni chitarristiche e sopspensioni sognanti senza mai ricordare la moda di quel confuso ma vivissimo periodo di creatività musicale che furono gli anni precedenti l’undici settembre 2001: il nu-metal. La carica erotica del tutto è notevole ed è anche questo a fare la differenza rispetto al panorama musicale dell’epoca e se siete fra quelli che vengono disturbati dal passaggio di Britney Spears da Disney al sadomaso è meglio che lasciate perdere.

Buon ascolto.

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Brian Eno – Lux

Ho sempre considerato Brian Eno un grande sopravvalutato. Uno che ha sempre saputo vendersi bene e capace di trovarsi al posto giusto nel momento giusto, ad esempio a Berlino..
Cionondimeno, ho anche saputo apprezzare l’apparente semplicità di certe sue soluzioni, al limite dell’evanescenza ma sempre dotate di un tocco personale: non proprio un imbonitore da fiera il nostro, piuttosto un artistoide svagato che al momento giusto sa attirare l’attenzione del pubblico senza dover cadere nel cattivo gusto o nella parodia di se stesso ma senza mai dare prova del immenso talento che gli è sempre stato attribuito da terzi per merito di atteggiamenti e frequentazioni.
Il suo penultimo album tutto lasciava intendere meno che il nostro Brian avesse firmato per la Warp Records per ritagliarsi uno spazio da vecchio leone allo zoo. Another Day on Earth non scimmiottava il tipico suono dell’etichetta di Sheffield in un’improbabile resurrezione artistica giovanilista, né era un mero esercizio di stile, andando invece ad approfondire certi aspetti della produzione di Eno, sicuramente non nuovi, che sono solamente tangenziali nel descriverne la visione artistica.
Lux invece ci porta nel cuore del Brian Eno più puro, più consapevole, più visionario.
E’ un caso che i quattro brani che lo compongono occupino quasi esattamente la durata di un CD? No, non lo è, Lux occupa il suo supporto fisico (il migliore disponibile checchè ne pensi l’industria che per cavare spiccioli dagli ultra quarantenni sta rilanciando il vinile) esattamente come ambisce ad occupare lo spazio in cui è riprodotto, non già la Reggia di Venaria, ma possibilmente qualsiasi ambiente in cui venga riprodotta.
Mentre il termine ambient ormai descrive un genere musicale oscillante tra bordoni infiniti di suoni indistinguibili o melodie banali rallentate fino allo spasimo, Brian Eno, che del genere è considerato il padrino, ci propone una cosa diversa, soprattutto ci regala una leggerezza mai stucchevole che deriva non dalla riconoscibilità e dall’iterazione bensì dalla mutevolezza e incostanza.
Bellissimo disco, Lux, ambizioso senza strafare, serio ma non serioso. In un mondo di strepitanti annunciatori dell’Apocalisse e di fenomeni commerciali senz’anima, un disco che chiede sommessamente di essere ascoltato soltanto in grazia del proprio materiale atto di esistere è un’opera d’arte coraggiosa.
Consigliata la First Edition in digi-pack, contenente quattro piccole stampe in stile cubo-futurista.

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Radiohead – The king of limbs

 

I Radiohead sono molto bravi a fare due cose, nessuna delle quali riesce più agli U2 da una quindicina d’anni: fare musica alla “Radiohead”, cioè dare al proprio lavoro una sorta di marchio di fabbrica mantenendo intanto un profilo altissimo e scrivere belle canzoni. Ci sono un altro paio di cose che agli U2 non sono mai riuscite: mettere in commercio pregievoli dischi solistici (Thom Yorke e Phil Selway, ma anche il lavoro di Greenwood alla colonna sonora di There wil be Blood) e guadagnarsi il rispetto degli ascoltatori mainstream quanto degli altri ascoltatori. Certo, “The sweetest thing” del Bono più cinguettante passerà alla radio molto più spesso di “Lotus Flower” ma la prima è merda la seconda è una bella canzone.

 In questo ultimo “The king of limbs” i Radiohead non si smentiscono. Fin dal suo sbocciare (“Bloom” la prima traccia) con uno stordente impasto ritmico che si ricompone nella successiva “Morning Mr Magpie” e diventa ballabile (chiedete ai raver) in “Feral” se non siamo a quell’epifania dei primi trenta secondi dell’album “Kid A” che aprì il millennio poco ci manca. Sicuramente, “Give up the ghost” è un’ottima b-side e “The king of limbs” è un ottimo album.

 Resta il dubbio su la sesta traccia: “Codex”. Non è chiaro se ci troviamo nel territorio armonico dei Radiohead autori di grandi canzoni pop inglesi o nel limbo di terrorrizzata indeterminatezza di brani ormai classici come “How to disappear completely”, “Pyramid song”, “True love waits”, una dimensione quest’ultima, complatemente assente nel penultimo “In Rainbows”. “Codex” è manierata e disturbante, forse è un nuovo percorso della fertile cosmogonia dei nostri o forse un tentativo riuscito male di percorrere strade già percorse. Proprio per questo mette a disagio ma forse è lo stesso disagio che una generazione di decebrati cresciuti sui social network in trasfigurazioni aberranti di parti del sè prova quando entra in contatto con le proprie emozioni, una canzone dei Radiohead delle migliori, insomma.

 Forse il più monocromo degli album dei Radiohead, senza dubbio il più breve, ma anche uno dei più ricchi di idee musicali che stimolano la fantasia, non solo quella del musicista di professione; le arditezze armonico-acustiche proprie dei Radiohead più elettronici abbondano ma non appesantiscono mai l’ascolto, anzi invitano a un’esperienza sinestetica con pochi eguali al mondo e tutti nel campo della musica contemporanea più colta ed involuta.

 Già da ora uno dei dischi dell’anno, grigio.

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